Starfish, il robot che si adatta

21 Novembre 2006 


Sembra una stella marina e quattro punte il nuovo starfish robot realizzato da un gruppo di ricercatori della Cornell University. A capo del progetto (pubblicato su Science) c’è Josh Bongard, che presenta un’innovazione nel campo della robotica, battezzata “la struttura di sà©”. Il robot ha nelle giunture dei sensori che registrano l’angolo di inclinazione del proprio corpo e inviano al suo cervello le informazioni sulla struttura fisica: si tratta di una tecnologia che ricava in modo autonomo delle informazioni sulla propria forma.

Questo processo di apprendimento non è statico, ma si modifica ogni qualvolta la struttura fisica cambia. Così, per esempio, se il robot perde uno dei quattro arti, esso stesso provvede a modificare il modo in cui cammina per adeguarsi alla nuova forma fisica.

Starfish non è il primo robot in grado di riprendersi da un danno subito, ma la novità  e l’importanza dell’esperimento risiedono nel metodo in cui questo avviene. Una volta che il robot ha tracciato un modello virtuale di sà© grazie alle informazioni che simultaneamente giungono dai sensori, un primo algoritmo genetico stabilisce il modo in cui il robot è stato assemblato. In caso di danneggiamento, un altro algoritmo crea diversi modelli virtuali di comportamento, suggerendo infine i movimenti più appropriati. Grazie al self modeling (il modello di sà©) il robot semplifica il processo di apprendimento accorciandone i tempi, e l’azione finale risulta essere la più efficiente.

Lo studio dei ricercatori statunitensi ha dimostrato come il robot quadrupede sia in grado di modificare rapidamente il proprio assetto dopo aver subito l’amputazione di una delle zampe. Nella stessa situazione, i precedenti modelli di robot continuavano a girare intorno alla zampa più corta senza riuscire a muoversi. Questo esperimento rappresenta una tappa importante nel percorso che un domani porterà  i robot a sopravvivere autonomamente nell’ambiente che li circonda. Tuttavia, il dottor Inman Harvey (Università  del Sussex) avanza una critica, spiegando che anche uno scarafaggio è in grado di continuare a muoversi con una zampa in meno, e che non si può certo pensare che per questo sia in grado di elaborare un modello di sà©.

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